Il pianto del bambino

Oggi ho trovato su una bancarella un fumetto giapponese. Sfogliandolo con attenzione, ho notato che le nuvolette erano disegnate per contenere gli ideogrammi in verticale, dall’alto in basso. L’editore italiano aveva adattato le nuvolette mettendoci il testo italiano. Senza il testo il fumetto sarebbe stato in qualche modo mutilato. Eppure quando sento una canzoncina alla radio, in inglese o in portoghese-brasiliano (mi piace ogni tanto orecchiare un po’ di bossa nova), non mi soffermo sul testo. A dire il vero anche quella è parte integrante della canzone. Così mi viene in mente il pianto del neonato, che non usa le parole, ma che si fa sentire e capire benissimo.

Sono così importanti le parole? Mi vengono in mente, chissà poi perché, le preghiere dei buddisti: pochi, anche tra loro, ne conoscono il significato. La maggior parte si limita a ripeterle (nulla in contrario, sia chiaro). Anche il prestigiatore, quando esegue il suo numero, spesso pronuncia parole prive di significato, incomprensibili, solitamente di sua invenzione. Fa parte del trucco, fa parte del gioco. Come se il mistero della parola fosse inesplicabile a parole. L’ideogramma, che non ha nessun rapporto col suono, per me è un mistero nel mistero. Ma certamente non lo è per chi ne conosce il significato (semplicemente il passaggio al suono è successivo alla comprensione, mentre nel nostro alfabeto lo precede). Un modesto scriba come me può solo registrare ciò che vede intorno a sé, ma l’effetto della parola, a volte anche distruttivo, è sempre legato al suono della voce umana. Non c’è rivelazione o rivoluzione che non sia nata dalla voce di un uomo (magari moltiplicata e ampificata da radio, televisione, internet, ecc.) e, successivamente, trascritta. Evidentemente il pianto del bambino viene prima di tutto il resto.

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Il decimo gradino

Oggi sono stato tutto il giorno a correre per uffici, braccato dal mio cellulare, odioso marchingegno che si nutre dell’anima del proprietario, oppresso da un vago senso di inadeguatezza, come si sentirebbe un’insignificante rotellina capitata per caso e per sbaglio in un  congegno perfetto nel quale enormi ruote dentate si muovono in un’infallibile sincronia dettata da monumentali pendoli che oscillano in mezzo a un groviglio di altri mirabili meccanismi che ruotano gioiosamente, trasmettendosi tra loro, per ogni infinitesimale frazione di secondo, l’indecifrabile segreto del movimento. Il mio cervello è così stanco, così pigro, così imperfetto, che non riesce mai ad entrare in sintonia con questo congegno miracoloso. O meglio, ci riesce, ma solo per brevi istanti. Poi qualcosa va storto, accade qualche strano incidente, qualche singolare pretesto si offre, come una tentazione alla quale non riesco a resistere. Così sono tornato a casa con un peso da trascinare per le scale: me stesso.

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La penna e la bici

Oggi sono andato in bicicletta dal dentista. Ho fatto un bel pezzo di strada, ma ho compensato l’inevitabile senso di frustrazione legato quella esperienza col piacere di una bella pedalata lungo il fiume in una giornata di sole. Strada facendo, incantanto da quel tappeto di pagliuzze dorate srotolato tra gli argini, pensavo alla bicicletta, unico mezzo di trasporto che riesce a conciliare la dimensione individuale, privata (posso scegliere la mia andatura senza alcuna interferenza e senza creare problemi a nessuno) con quella collettiva (non limito in alcun modo gli spostamenti degli altri). La bicicletta non è invadente. Forse per questo non è diventata uno status sociale.

La fatica della scrittura assomiglia molto a quella del ciclista. La scrittura è un artigianato antico (dai tempi degli scriba) e la bicicletta è anch’essa una “dimensione artigianale” del movimento (che passa dai pedali alle ruote attraverso un congegno primitivo che si limita a trasmettere a queste il lavoro delle gambe). Entrambe le cose si esprimono in una dimensione privata (si scrive e si pedala da soli), che non invade lo spazio altrui (come invece talvolta fa la musica). Tuttavia è necessario tempo e spazio sia per pedalare che per scrivere. Lo spazio percorso dalla penna sul foglio è analogo a quello che percorro sulla mia bicicletta. Ma del tempo non sempre ne dispongo. E se non dispongo del tempo, non disporrò neanche dello spazio, neanche di questo spazio gratuito. Il tempo libero. Deduco allora che il tempo può essere uno schiavo. E, in questo caso, chi disporrà di questo schiavo? Che bestia è il tempo libero? Un cane randagio? Un gatto che si ripara tra le lamiere di un’automobile ancora calda?

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Alla stazione

Oggi sono andato alla stazione a fare il biglietto del treno. Sono stato una ventina di minuti in fila. Dietro a me due piccole signore giapponesi studiavano l’orario dei treni con un orario in giapponese. Davanti a me una signora quasi invisibile dietro due valige trolley sovrastate da due valigette. In quella situazione non mi sono chiesto da dove venisse. Eravamo tutti ugualmente stranieri, in uno spazio aperto, senza restrizioni o connotazioni. Stesso discorso vale per il treno o per l’aereo. Prima di salire, già sappiamo che trascorreremo il tempo del viaggio seduti accanto o di fronte a uno sconosciuto e siamo pronti ad accettare questa condizione. Comprato il biglietto, esco dalla stazione,  e proprio mentre un cielo grigio da inizio autunno mi accoglie nel suo umido ma severo abbraccio, a quel punto l’eguglianza scompare, come la carrozza di cenerentola che si trasforma in una zucca dopo la mezzanotte. Ma poi penso che le signore giapponesi in fila dietro di me non avevano smesso di essere giapponesi. Solo che l’attesa in fila, cioè la nostra condizione di quel momento, ci aveva reso momentaneamente uguali, ma senza cancellare le nostre differenze. Mi chiedo: l’uguaglianza è sempre una imposizione? La fila è un ordine utile e necessario, ma in definitiva non piacevole. La condizione del viaggiatore in treno o in aereo è già più piacevole, ma comunque entro un certo tempo limitato. Ma poiché vengono preferiti quei mezzi di trasporto che coprono la stessa distanza nel tempo più breve possibile, se ne deve dedurre che anche il tempo del viaggio è, in un certo senso, un’imposizione. Inoltre il caso e la necessità sono due inevitabili compagni di viaggio. Mi chiedo: è forse così diversa la condizione umana?

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Un onesto baratto…

Di ritorno da un weekend in una cittadina di provincia dell’Italia centrale (una bella piazza con qualche caffé, gente che gira in bicicletta e si saluta con un cenno quasi impercettibile, giornali locali con notizie bizzarre a caratteri cubitali). Torno con un treno e, appena sceso, ripresa la macchina, mi ritrovo catturato tra le maglie del traffico, a combattere per un parcheggio. “Però da voi sì che si sta bene” pensavo e dicevo io, e lo stesso pensavano e dicevano i miei amici di lì. A quanto sembra, si annoiano (stesse facce, stesse cose, stessi discorsi…). Io non posso, perché devo combattere per il parcheggio, contro la burocrazia e contro le incertezze della metereologia (se piove sono guai…). Vivere qui costa una porzione considerevole di tempo, che devo cedere per queste battaglie inutili. Lì dove vivono i miei amici questo costo non è dovuto (mi posso muovere a piedi o in bicicletta o col treno). Forse avrei più tempo per scrivere, più tempo per leggere e per stare un po’ per i fatti miei. Ma poi, magari, finirei per annoiarmi come loro, e forse anche di più, della loro pacifica tranquillità, abituato come sono a correre tutto il giorno in giro. Velocità e lentezza: tutte e due le cose hanno un loro prezzo (la noia e lo stress). Questo weekend ho barattato un po’ del mio stress con un po’ di noia. Un baratto onesto, tutto sommato.

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Ideogrammi

Qualche giorno fa sono stato alla festa di una scuola giapponese. Tra le bancarelle, ce n’era una dove tracciavano ideogrammi molto eleganti con dei pennelli su dei fogli di carta fine, seguento le antiche tradizioni della calligrafia giapponese, presumo. Mi sono sembrati molto eleganti, anche se quegli ideogrammi avrebbero potuto esprimere le parole più volgari del mondo. La mia ignoranza dei caratteri giapponesi faceva in modo che ne vedessi solo il lato esteriore. Avrei potuto chiedere il  loro significato. Certamente me li avrebbero spiegati, con la loro consueta gentilezza. Mi chiedo tuttavia se il lato puramente estetico ne avesse risentito oppure se avrei effettivamente aggiunto una informazione veramente necessaria (sono convinto che la bellezza stia nell’essenziale). Cosa scegliere tra la contemplazione e la conoscenza?

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Senza il sole il pannello solare non funziona…

Il tempo è incerto e il cielo è coperto. Così il mio nuovissimo pannello solare termico non ha potuto dimostrare tutte le sue meravigliose capacità. Da questa mattina, quando lo hanno istallato, siamo rimasti tutto il giorno in attesa di un’oretta di sole, per provare la soddisfazione di mettere la mano sul tubo dell’acqua caldo. Niente da fare. Anche le mie batterie sono un po’ scariche. Un leggero maldigola che non vuole passare, un po’ di affanno per via di lavori che non procedono come dovrebbero, un leggero maldischiena per i pesi che mi tocca caricarmi salendo le scale. Insomma, anche io avrei bisogno di un’intera giornata al sole, proprio come il mio pannello…

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Lentezza e velocità

Oggi, mentre passavo col motorino nel solito slalom tra le cento quotidiane incombenze, un giovane con uno zainetto nero, mentre attraversava impavido la strada sulle strisce, ha rivolto un  fiero sorriso a me, che mi ero fermato per farlo passare. Niente di strano, ovviamente. Ma qualche metro più in là, mentre ero fermo al semaforo ho pensato al tempo del pedone e al tempo del motorino, che sono due concetti antitetici. Il primo possiede ancora tutte le potenzialità del movimento: può scegliere dove e come andare. Il secondo deve correre per  la strada per raggiungere la sua meta nel più breve tempo possibile. In questo gioco chi ci guadaga veramente e chi ci perde? In verità non c’era una vera competizione tra noi, perché solo lui era ancora padrone del suo tempo, mentre il mio era stato già stato ceduto in partenza.

La stessa cosa quando vado nei supermercati, dove posso comprare qualsiasi cosa, ma devo transitare in uno spazio anonimo. Nella fila alla cassa non c’è la possibilità per scambiarsi nemmeno una battuta, ma indubbiamente si guadagna il tempo di girare per due o tre negozi. Quasi sempre i prezzi ai supermercati sono migliori e quindi, oltre al tempo, posso risparmiare anche un po’ sul prezzo. Quindi niente di male. Anzi. Ma se il prezzo è la spersonalizzazione completa del rapporto tra il venditore e l’acquirente, vuol dire che un prezzo l’ho pagato. Il tempo che ho trascorso al supermercato è spersonalizzato, non è più “mio”, è un tempo che ho devoluto in cambio di alcune comodità (un po’ di tempo e un po’ di soldi). Si, è vero, poi sono libero di spendere il tempo e i soldi che ho “guadagnato” (ma ne avevo veramente bisogno?). Ma è proprio vero che ho “guadagnato” qualcosa? Se il prezzo per quel tempo guadagnato è stato la cessione del mio tempo, e quindi di una frazione, seppure minima, della mia vita, mi è veramente convenuto?

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Di ritorno dal dentista

Tutti sanno cosa voglio dire. Appena usciti dallo studio del dentista, ci si sente una creatura fragile e indifesa, una tartaruga senza il guscio. Si cerca una facile e immediata consolazione, un soprammobile inutile e grazioso, un oggetto qualsiasi o uno spuntino. Si cammina per la strada un po’ storditi, lentamente, alla ricerca di un po’ di tempo per l’aquisto, spesso inutile, magari un capriccio che normalmente non ci si sarebbe consentiti. Perché in realtà non è importante l’acquisto, ma il tempo. Un pò di denaro speso per acquistare una frazione di tempo per se stessi. Dopo qualche ora, ci si ritrova per le mani un oggetto inutile, oppure ci si rende conto di avere mangiato qualche schifezza. E anche oggi mi è andata proprio così…

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Perché zorrorosso?

Una spiegazione dovuta: zorrorosso l’ho scelto perché da bambino a carnevale volevo assolutamente il vestito da zorro. Mia madre pensò di adattare un vestito da torero, applicando una vistosa ed eloquente “Z” dietro al mantello, che però era rosso. Ma quando chiesi spiegazioni sulla poca somiglianza del costume a quello del mio eroe, lei mi spiegò che si trattava di zorrorosso, una specie di fratello gemello, oppure un suo complice, oppure un suo ammiratore che, non avendo a disposizione il tradizionale mantello con la mascherina nera, aveva dovuto ripegare sul mantello rosso. Ecco perché zorrorosso.

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