Sopra le nuvole

Salgo su un taxi e taglio in due la città in una mattina feriale, di corsa verso la stazione, dove mi troverò alle prese con l’incognita del treno verso l’aereoporto. Nessuno è mai riuscito a calcolare con precisione il tempo necessario a coprire quel percorso. La possibilità di perdere l’aereo mi perseguita per tutto il tragitto come un’ombra vaga e sinistra. Mi presento in tempo al bancone del ceck-in e posso tirare un sospiro di sollievo. Dopo aver attraversato il confine del controllo passaporto e del metal detector sono già con un piede sull’aereo. Ormai posso avviarmi con una certa tranquillità verso il gate. Quando saliamo a bordo posso finalmente rilassarmi un po’. Non faccio nessuna difficoltà ad accettare la promiscuità e la prossimità di una persona che non conosco. Mi chiedo se sia un effetto dell’aria, l’elemento più leggero e meno aggressivo, sulle quali poggeranno le ali del nostro aereo. Bucati i batuffoli delle nuvole, il paesaggio diventa un’astrazione e la noia, in agguato nell’ombra di una meta ormai conseguita, è una inevitabile compagna di viaggio. Anche questa volta il volo sarà un transito in uno spazio metafisico, che non lascerà nessuna traccia nella mia memoria, una parentesi insapore, inodore e incolore tra un decollo e un atterraggio. Un prezzo da pagare minimo in cambio di uno spostamento veloce e comodo.

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