Il mendicante timido

Costretto da cause di forza maggiore a prendere la macchina, mi metto diligentemente in colonna dietro agli altri automibilisti in un lunedì mattina. Lungo la via per tornare finalmente a casa (dove potrò finalmente togliermi di dosso il pesante scafandro di lamiera) ad ogni semaforo c’è un mendicante. Spesso si trascinano claudicanti, accentuando la loro zoppia, vestiti di stracci sporchi. Finché non mi imbatto in un mendicante timido, che passava a fianco della strada con un bicchiere di carta bianco, senza nemmeno avvicinarsi alle macchine, con un cappello bianco con la visiera, una barba incolta. Nella sua situazione, forse, avrei fatto esattamente la stessa cosa. Cioé, trovandomi nella necessità di chiedere l’elemosina, avrei fatto proprio così, passando a fianco della strada timido, con la vergogna stampata in faccia. Insomma, non sarei un buon mendicante. Mostrando la propia immagine irrimediabilmente sfigurata, il medicante chiede un modesto risarcimento per la propria sfortuna ai più “fortunati”, ma evidentemente quel mendicante non sopportava l’umiliazione di vendere la propria sfortuna ai più “fortunati”. Ma allora penso che, mentre la fortuna non la si può vendere (altrimenti si verrebbe accusati di truffa), la sfortuna è vendibile, ma a costo della propria dignità. E il paradosso è proprio questo: poiché vendibile, la sfortuna vale più della fortuna. L’unico ostacolo, semmai, è la dignità, idea sfuggente e relativa (per la gente che vive nella miseria è un lusso troppo costoso), che non può essere venduta né comprata (la si possiede o no). Poi è scattato il verde. Finalmente sono fuori dalla scatoletta mobile. E così ripenso al mendicante timido, al quella dignità a cui non aveva voluto rinunciare. Un timido raggio di sole si sporge tra le nuvole.

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