La mia piccola odissea

Di ritorno da un placido capoluogo di provincia dell’Italia centrale eccomi di nuovo nella capitale. Il treno mi scarica alla stazione. Causa lavori in corso, per prendere la metropolitana devo scendere in un dedalo sporco di sottopassaggi dove scorre un continuo fiume giallo di gente anonima e silenziosa. Sembriamo tutti profughi che camminano tra le rovine di una città fantasma dove ormai non batte più la luce del sole. Il giorno festivo ha consumato i suoi ultimi riti. Ci troviamo tutti nel guado verso il giorno feriale, dove tutto assumerà contorni più logici. Domani diventerò anche io un minuscolo ingranaggio.

Le luci delle stazioni si alternano al buio del tunnel della metropolitana e i vagoni lentamente si scrollano di dosso il peso dei passeggeri. Rimaniamo in pochi, ognuno nella sua tribù delimitata da invisibili confini linguistici e culturali. Finalmente sono all’aperto, fuori dalle fauci di quel mostruoso tritacarne, sotto il cielo di una anonima periferia. Avvicinandomi a casa, il territorio diventa sempre più familiare. Chiusa la porta di casa, sono nel sacro privato. La mia piccola, breve e malinconica odissea è finita. Ho attraversato la terra di nessuno, sono passato nelle viscere di un mostro che divora le esistenze rendedole, seppure per pochi secondi, tutte uguali, un luogo di passaggio (un moderno purgatorio?) dove chi si ferma generalmente lo fa per chiedere l’elemosina. Ultimo dubbio: e se anche la scritura fosse un luogo di passaggio? Le frasi sarebbero i cunicoli costruiti nei secoli da anonimi scriba, le parole i vagoni della metropolitana. Una vaga tristezza mi coglie impreparato.

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