Il decimo gradino

Oggi sono stato tutto il giorno a correre per uffici, braccato dal mio cellulare, odioso marchingegno che si nutre dell’anima del proprietario, oppresso da un vago senso di inadeguatezza, come si sentirebbe un’insignificante rotellina capitata per caso e per sbaglio in un  congegno perfetto nel quale enormi ruote dentate si muovono in un’infallibile sincronia dettata da monumentali pendoli che oscillano in mezzo a un groviglio di altri mirabili meccanismi che ruotano gioiosamente, trasmettendosi tra loro, per ogni infinitesimale frazione di secondo, l’indecifrabile segreto del movimento. Il mio cervello è così stanco, così pigro, così imperfetto, che non riesce mai ad entrare in sintonia con questo congegno miracoloso. O meglio, ci riesce, ma solo per brevi istanti. Poi qualcosa va storto, accade qualche strano incidente, qualche singolare pretesto si offre, come una tentazione alla quale non riesco a resistere. Così sono tornato a casa con un peso da trascinare per le scale: me stesso.

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