Recensione di “In arte Jonny” di Bruno Elpis (che ringrazio)

Annunci
Link | Pubblicato il di | Lascia un commento

Presentazione di “In arte Johnny” alla libreria Altroquando

Video integrale della presentazione di “In arte Johnny”

Video | Pubblicato il di | Lascia un commento

dscn0016hc.jpg hosted at ImageShack.us

Free Image Hosting at www.ImageShack.us

Visit zorrorosso’s ImageShack profile





QuickPost

Quickpost this image to Myspace, Digg, Facebook, and others!

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Sopra le nuvole

Salgo su un taxi e taglio in due la città in una mattina feriale, di corsa verso la stazione, dove mi troverò alle prese con l’incognita del treno verso l’aereoporto. Nessuno è mai riuscito a calcolare con precisione il tempo necessario a coprire quel percorso. La possibilità di perdere l’aereo mi perseguita per tutto il tragitto come un’ombra vaga e sinistra. Mi presento in tempo al bancone del ceck-in e posso tirare un sospiro di sollievo. Dopo aver attraversato il confine del controllo passaporto e del metal detector sono già con un piede sull’aereo. Ormai posso avviarmi con una certa tranquillità verso il gate. Quando saliamo a bordo posso finalmente rilassarmi un po’. Non faccio nessuna difficoltà ad accettare la promiscuità e la prossimità di una persona che non conosco. Mi chiedo se sia un effetto dell’aria, l’elemento più leggero e meno aggressivo, sulle quali poggeranno le ali del nostro aereo. Bucati i batuffoli delle nuvole, il paesaggio diventa un’astrazione e la noia, in agguato nell’ombra di una meta ormai conseguita, è una inevitabile compagna di viaggio. Anche questa volta il volo sarà un transito in uno spazio metafisico, che non lascerà nessuna traccia nella mia memoria, una parentesi insapore, inodore e incolore tra un decollo e un atterraggio. Un prezzo da pagare minimo in cambio di uno spostamento veloce e comodo.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Il mendicante timido

Costretto da cause di forza maggiore a prendere la macchina, mi metto diligentemente in colonna dietro agli altri automibilisti in un lunedì mattina. Lungo la via per tornare finalmente a casa (dove potrò finalmente togliermi di dosso il pesante scafandro di lamiera) ad ogni semaforo c’è un mendicante. Spesso si trascinano claudicanti, accentuando la loro zoppia, vestiti di stracci sporchi. Finché non mi imbatto in un mendicante timido, che passava a fianco della strada con un bicchiere di carta bianco, senza nemmeno avvicinarsi alle macchine, con un cappello bianco con la visiera, una barba incolta. Nella sua situazione, forse, avrei fatto esattamente la stessa cosa. Cioé, trovandomi nella necessità di chiedere l’elemosina, avrei fatto proprio così, passando a fianco della strada timido, con la vergogna stampata in faccia. Insomma, non sarei un buon mendicante. Mostrando la propia immagine irrimediabilmente sfigurata, il medicante chiede un modesto risarcimento per la propria sfortuna ai più “fortunati”, ma evidentemente quel mendicante non sopportava l’umiliazione di vendere la propria sfortuna ai più “fortunati”. Ma allora penso che, mentre la fortuna non la si può vendere (altrimenti si verrebbe accusati di truffa), la sfortuna è vendibile, ma a costo della propria dignità. E il paradosso è proprio questo: poiché vendibile, la sfortuna vale più della fortuna. L’unico ostacolo, semmai, è la dignità, idea sfuggente e relativa (per la gente che vive nella miseria è un lusso troppo costoso), che non può essere venduta né comprata (la si possiede o no). Poi è scattato il verde. Finalmente sono fuori dalla scatoletta mobile. E così ripenso al mendicante timido, al quella dignità a cui non aveva voluto rinunciare. Un timido raggio di sole si sporge tra le nuvole.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Vincenti e perdenti

Dopo una settimana di pioggia, finalmente un venerdì di sole. Ne approfitto per uscire in bicicletta, ma già verso le 13 non si riesce più a concludere niente e tutte le faccende vengono già rimandate alla prossima settimana. Riesco faticosamente a spedire un pacco di un decina di chili che mi sono dovuto trascinare in giro a piedi. Finalmente riesco a rimettermi sul sellino. Passo sulla pista ciclabile lungo il tevere e lì, olte ad altri sportivi (ciclisti e corridori), vedo un signore che si esercita a suonare il sassofono, con tanto di leggio e di spartito (a giudicare dai suoni un principiante). Torno a casa che si stava facendo buio e trovo il suonatore di sassofono che, smontato il leggio, stava riponendo il sassofono nella sua custodia. Mentre proseguivo di corsa verso casa, per evitare di pedalare al buio, ho incontrato un gruppo di barboni che si stavano preparando il loro giaciglio sotto il ponte per passare la notte e ho dovuto scansare un barbone dalle gambe lunghe. Mentre le luci si spegnevano, i riflessi dei lampioni esplodevano come fuochi arficiali sulle acque gonfie per le pioggie autunnali. Tornato a casa, ripensavo a quella porzione di umanità che avevo incontrato lì sotto: sportivi, barboni e il sassofonista. Tra loro, è proprio quest’ultimo che non so dove mettere, né nella parte di umanità “vincete” degli sportivi, né quella “perdente” dei barboni. Anche se, come ciclista, farei parte dei “vincenti” (a dire il vero la mia modestissima bicicletta non sarebbe certo “vincente”), mi viene naturale fare il tifo per i “perdenti”. Per fortuna esiste un posto, come la pista ciclabile, nel quale non c’è un confine tra barboni, sportivi, gatti e cani portati a spasso dai loro padroni. Mi chiedo se il merito di questo piccolo miracolo sia da ascrivere alla bicicletta, mezzo di trasporto alla portata di tutte le tasche, rispettoso dell’ambiente, degli spazi urbani e di tutte le altre persone.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Ingannare il tempo

Fine settimana domestico e lavorativo. Il sole va e viene, ma mi regala qualche momento di piacere inatteso. Dal momento che non ho un orario lavorativo (ma molto lavoro) posso permettermi il “lusso” di lavorare anche nei giorni festivi. Non solo: sono proprio quelli i giorni in cui riesco a fare le cose con una certa calma e mi è concesso persino trarre qualche fugace momento di piacere da attività lavorative che nei giorni feriali risultano solitamente ingrate. Il telefono tace, si sentono solo, di tanto in tanto, i clacson delle macchine che si contendono ferocemente qualche metro quadro di asfalto. L’abitudine di parcheggiare in seconda fila blocca la circolazione. Così il silenzio dorato di una rilassata mattinata baciata da un tiepido sole è rotto dai rumori e dalle grida scomposte degli automobilisti. Forse andando a vivere in campagna troverei più silenzio e tranquillità, ma in quel caso dovrei usare anche io l’automobile tutte le volte che voglio uscire di casa (e questo francamente non mi va). Ma dal momento che sono un modesto scriba, un cronista del mio tempo, mi chiedo: che cosa raccontano quelle grida scomposte e quei rumori? Non riesco a trovarvi nulla di esteticamente o eticamente rilevante. Ovvero il grado zero della narrativa, né bello né brutto (perché anche la bruttezza può essere riscattata), ovvero la pornografia: la persona ridotta a pura apparenza esteriore. Lamiere colorate che si intrecciano, si sfiorano e si incastrano mentre si contendono uno spazio (una inquadratura?). Dentro, una macchina che vorrebbe guidare una macchina, ma che concretamente non può neanche farlo. L’automobilista del sabato, impigliato nella rete di questo desiderio irrealizzabile, trascorre così una parte del suo tempo libero, letteralmente ingannando il tempo (ovvero l’attimo fuggente di un parcheggio in seconda fila). Poi si rende conto di essere stato giocato dal tempo che voleva ingannare (perche in questo modo non passa più nessuno, nemmeno lui). Ma ormai è troppo tardi. A quel punto cominciano gli strepiti e i rumori.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

La mia piccola odissea

Di ritorno da un placido capoluogo di provincia dell’Italia centrale eccomi di nuovo nella capitale. Il treno mi scarica alla stazione. Causa lavori in corso, per prendere la metropolitana devo scendere in un dedalo sporco di sottopassaggi dove scorre un continuo fiume giallo di gente anonima e silenziosa. Sembriamo tutti profughi che camminano tra le rovine di una città fantasma dove ormai non batte più la luce del sole. Il giorno festivo ha consumato i suoi ultimi riti. Ci troviamo tutti nel guado verso il giorno feriale, dove tutto assumerà contorni più logici. Domani diventerò anche io un minuscolo ingranaggio.

Le luci delle stazioni si alternano al buio del tunnel della metropolitana e i vagoni lentamente si scrollano di dosso il peso dei passeggeri. Rimaniamo in pochi, ognuno nella sua tribù delimitata da invisibili confini linguistici e culturali. Finalmente sono all’aperto, fuori dalle fauci di quel mostruoso tritacarne, sotto il cielo di una anonima periferia. Avvicinandomi a casa, il territorio diventa sempre più familiare. Chiusa la porta di casa, sono nel sacro privato. La mia piccola, breve e malinconica odissea è finita. Ho attraversato la terra di nessuno, sono passato nelle viscere di un mostro che divora le esistenze rendedole, seppure per pochi secondi, tutte uguali, un luogo di passaggio (un moderno purgatorio?) dove chi si ferma generalmente lo fa per chiedere l’elemosina. Ultimo dubbio: e se anche la scritura fosse un luogo di passaggio? Le frasi sarebbero i cunicoli costruiti nei secoli da anonimi scriba, le parole i vagoni della metropolitana. Una vaga tristezza mi coglie impreparato.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Il mondo cellulare

Sulla via del ritorno a casa sono passato al Festival del cinema a prendere un paio di biglietti. C’era polizia, guardia di finanza (?) schierata in assetto militaresco (chissà, forse proprio per contrastare l’esercito degli evasori). Molte hostess, molti addetti alla sicurezza, alcuni stand e un discreto viavai di gente. Gente varia, ma che faceva esattamente la stessa cosa: parlare al cellulare passeggiando. Non so se qualcuno avesse stabilito una legge o una regola, ma a quanto pare era assolutamente obbligatorio farlo. Cosa avesse a che fare col cinema, questo mi sfugge. Forse l’obbligo di tenerlo spento (non sempre rispettato) durante le proiezioni aveva acutizzato la dipendenza. Tuttavia l’effetto generale, il quadro che ne risultava era curioso: mi sono trovato in mezzo a gente che stava lì, e nello stesso tempo era altrove, che passeggiava in un limbo senza una precisa collocazione, dai contorni sfuggenti, come il paesaggio che corre lungo le autostrade. Senza sapere che la loro esistenza stessa è minacciata da questo scivolare in un non-luogo, forse più piacevole di un cimitero (la città dei morti, ovvero la negazione della città) o di un feroce ingorgo (negazione della volontà dell’automobilista), ma insidioso allo stesso modo, dove uno dichiara di trovarsi sulla luna, l’altro sul lato opposto del pianeta, mentre magari passeggiano uno accanto all’altro. Così anche io ho nuotato per un po’ tra quelle esistenze scomposte e frammentate, fatte di inutili fughe e di vani inseguimenti. Poi mi sono allontanato, un po’ inebriato e un po’ intontito, col piacevole ricordo di una passeggiata in un non-luogo.

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato | Lascia un commento

Sciupare il tempo

Un lunedì mattina piovoso d’autunno. Può esserci al mondo qualcosa di più malinconico? Ovviamente il traffico. Mi trovo col mio amico cinese e la sua automobile di rappresentanza a navigare nel fiume di lamiere fino a quei quartieri di periferia dove la città si sbriciola tra edifici spuntati come funghi da un giorno all’altro, strade e stradine ritagliate tra il cemento, pochi bar. All’ufficio stranieri ci fanno attendere per la firma di un funzionario. Finalmente siamo fuori dalla bolgia. Non appena si fa mezzogiorno, scatta puntuale il “lunch time” cinese. A quel punto non c’è scampo: bisogna trovare qualcosa da mangiare. La sagoma argentata della sua macchina cerca di districarsi tra divieti, automobili in seconda fila, vigili. Volteggiamo come falchi in cerca del parcheggio per tutto il quartiere. Lo setacciamo da cima a fondo per trovarne uno, possibilmente non lontano da una pizzeria a taglio. Il nervosismo cresce insieme alla fame. Quando finalmente troviamo un angoletto della piazza dove abbandonare (ovviamente in seconda fila) la macchina, siamo pronti a divorare qualsiasi cosa, affamati dalla mancanza di spazio. Siamo affamati di spazio e dalla sua mancanza – anche se a dire il vero è l’automobile che ci ha trasmesso questa bramosia. Così finalmente ci fermiamo un po’. Consumare il tempo, sciuparlo, come si fa con un bel vestito nuovo, non è un delitto quando ci si trova a nuotare, come in un acquario, dentro a una nuvolosa giornata d’autunno che dondola come un’altalena tra la pioggia e il sole. Ci sono alternative alla tristezza della pausa pranzo di un lunedì d’autunno?

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato | Lascia un commento